Ore 9:30, il merlo e altri disastri minori
Ore 9:30, un giorno a caso di fine luglio. Un giovane merlo decide che è il momento perfetto per farsi un giro in casa mia. Io ho la fobia degli uccelli. Farlo uscire richiede un paio d’ore e nel frattempo lui ha decorato artisticamente ogni superficie disponibile.
Subito dopo essermi liberata di Mario (l’ho battezzato così), il robot aspirapolvere decide di assaggiare la corda della tapparella che da giorni viveva libera, finalmente avvolta alla gamba di una sedia anziché alla sua noiosa guida. Il rumore della tapparella che cade sul davanzale mi fa perdere tre anni di vita. Trenta secondi dopo, lo stesso robot mangia un calzino e produce il suono di un allarme aereo per dirmi che è andato in errore.
Una mattina tranquilla, insomma.
Mentre raccolgo la merda di merlo e sciolgo il calzino dalle fauci del robot, penso: “Ecco, mancava solo questo.” E invece no. Non mancava proprio niente. Quello che mi sembra l’ennesimo intoppo nella giornata già surreale, in realtà è la metafora perfetta di come nascono le cose che contano sul serio.
Quando il caos diventa fedele compagno
Sai qual è la fregatura di tutti quei corsi che ti promettono “Come lanciare il tuo progetto in 30 giorni con un piano perfetto”? Che il piano perfetto non esiste. E se esiste, probabilmente è di qualcun altro.
Il progetto ribelle è quello che nasce ribelle, cresce ribelle, e proprio per questo è tuo. È quello che prende forma mentre la lavastoviglie perde, mentre i bambini urlano, mentre hai mille altre cose da fare. Cresce negli interstizi, nei momenti rubati, negli avanzi di tempo che pensavi non potessero produrre niente di buono.
Scrivo del mio caos personale non perché abbia un piano editoriale. Lo faccio perché è la cosa più vera che so dire. Scrivere mette le cose in prospettiva, le riordina e rende più facile osservarle, invece di restare incatramate dentro di te e nel tuo delirio.
Il progetto ribelle è destinale perché:
- Nasce da un bisogno vero (il tuo), non da una ricerca di mercato
- Si adatta alla tua vita com’è, non a come dovrebbe essere
- È immune al confronto perché è unico
- Cresce con te, si deforma con te, respira con te
Il mio è nato ora che ho capito che il ruolo di professional organizer non era per me. Non ha parametri dati, non rientra esattamente in nessuna categoria, non segue nessun modello di business. È ribelle. È mio.
Quando hai un progetto così, hai una ragione in più per alzarti la mattina. Hai qualcosa che nessuno può toglierti perché l’hai creato dal niente, dal caos, dal tempo che non avevi.
Hai qualcosa che esiste solo perché esisti tu.
L’assenza è solo una presenza altrove
Quando sembro sparita:
- Sta nascendo una nuova versione di me
- Sto dando forma a qualcosa che prima non c’era
- Sto scegliendo dove mettere la mia energia limitata
- Sto proteggendo lo spazio sacro della creazione
“Sembra non ti interessiamo più!” – mi ha detto qualcuno. E ha ragione. Non rispondo ai messaggi in tempi brevi, se posso evito di chiamare, la mia energia è piuttosto bassa. Sembro assente, distratta, o comunque poco presente.
In realtà sono presentissima. Solo che sono altrove.
A volte sono nel progetto che sta nascendo, nella cosa che sto scrivendo, nella conversazione che mi ha aperto uno scenario nuovo. Sono lì, tutta intera, concentrata come un raggio laser.
Altre volte sono nel buco nero. Quella presenza totale in un vuoto che mi risucchia, dove sto elaborando qualcosa che non so neanche cosa sia. Dove non produco niente di visibile ma sto facendo il lavoro più importante: quello di trasformarmi.
L’assenza apparente è solo concentrazione selettiva. È dire no a tutto quello che non è essenziale per dire sì, con tutto te stesso, a quello che conta.
Gli altri vedono l’assenza. Tu sai che è presenza concentrata.
Ma a volte non è neanche questo. A volte sei assente perché hai bisogno di silenzio. Non è un silenzio felice, da ritiro spirituale con le candeline profumate a 400 euro al giorno. È il silenzio del brodo primordiale, quello in cui si cuoce la trasformazione.
È il momento in cui c’è qualcosa da processare e fa malissimo. Sembra volerti uccidere. È la te che si trasforma, che deve spaccarsi per far nascere quella nuova. E come se non bastasse, in quel momento non ti ricordi sempre che è giusto così.
Non sei sempre in grado di aggrapparti alla consapevolezza che quel dolore avrà un significato. Che fa parte di qualcosa di più grande. Che è la strada verso casa, quella su cui abbraccerai la tua anima, finalmente.
Non ha nulla a che fare con le persone, gli ambienti o le situazioni da cui ti distacchi. Riguarda solo te. E ci fai quello che puoi, come puoi.
Gli altri pensano che tu stia facendo la difficile, la strana, quella che sparisce. In realtà stai morendo e rinascendo. Che è un lavoro a tempo pieno, tra l’altro.
Quindi sì, sparisci dal gruppo WhatsApp. Sparisci dalle cene. Sparisci da tutto quello che richiede una versione di te che non esiste più ma che la nuova te non è ancora pronta a sostituire.
Non stai facendo la difficile. Stai facendo spazio alla rivoluzione.
Il silenzio del brodo primordiale
Trasformarsi ha bisogno dell’assenza dal resto. E l’assenza dal resto genera -anche- il progetto ribelle.
Mentre sistemi la merda di Mario, riavvolgi la corda della tapparella e liberi il calzino dalle fauci del robot, in quella sequenza assurda ti viene l’idea. Quella giusta. Quella che cercavi da mesi.
Ma un momento… È davvero Mario che ti ha dato l’idea? O l’idea era già lì, in gestazione, e Mario è stato l’occasione per fermarti e accorgertene?
La vita che accade è linfa, è spunto, è materiale. Ma il vero disordine necessario non è quello di Mario che caga in giro. È quello interno: la trasformazione che ti smonta e ti rimonta, che conduce a una chiarezza molto alta di chi sei e del punto fino al quale vuoi e puoi spingerti.
Il punto è che serve qualcosa che accade, qualcosa che ti mette in movimento. Può essere l’inferno della trasformazione, può essere una chiarezza improvvisa, può essere anche solo Mario che ti costringe a fermarti e guardarti intorno.
Il paradosso è che quando generi tu il tuo caos creativo, ti senti meno in controllo di quando subisci quello di Mario. Perché quello che crei tu ti espone, ti mette a nudo, ti fa sentire vulnerabile.
Mario è un merlo. Tu sei il tuo progetto ribelle.
Gli atti ribelli che resistono
La corda della tapparella è ancora rotta. Mario è tornato nel suo albero. Il robot ha digerito il calzino.
Il progetto ribelle va avanti lo stesso. Anzi, va avanti proprio per questo.
Perché sa adattarsi. Sa aspettare. Sa crescere anche quando tutto si sgretola.
Sa che l’assenza dagli aperitivi vuol dire presenza nella cosa che stai costruendo.
Sa che il disordine apparente è solo la vita che accade.
Sa che soltanto tu potevi fare esattamente quella cosa lì.
Ribelle. Imperfetta. Tua.
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