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	<title>identità e autenticità | Irene M</title>
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	<description>Storie, idee, accidenti</description>
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		<title>Essere visti: il bisogno che non sappiamo dire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Irene M]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 22:05:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articolo]]></category>
		<category><![CDATA[crescita personale]]></category>
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		<category><![CDATA[identità e autenticità]]></category>
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					<description><![CDATA[Il mio sito è online da due settimane. Mi sento piccola e nera. Non per i like, ma per la paura che quello che ho fatto non interesserà mai a nessuno. Sul bisogno umano di essere visti che non osiamo mai chiamare per nome]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Il mio sito, nella sua nuova veste, è online da due settimane. </span><b>Mi sento piccola e nera</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non è una questione di like o di numeri. È qualcosa di più sottile e più feroce: la paura che quello che hai fatto &#8211; con tanta fatica, tanta integrità &#8211; </span><b>non interesserà mai a nessuno</b><span style="font-weight: 400;">. Che nessuno lo guarderà davvero. Il dubbio che tu potresti anche non esistere.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto ci sono già passata: ho passato anni con un altro progetto online. Anni! Zero contatti di qualsiasi genere, nemmeno insulti o critiche. Era diverso, non mi rappresentava davvero, ma comunque&#8230; qualcosa in diversi anni dovrà pur venire fuori, è matematico. E invece il nulla. <strong>Il silenzio più totale</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E ora, con questo nuovo sito che finalmente mi somiglia, con parole che finalmente sono le mie, la paura è ancora più grande. Perché stavolta non posso nascondermi dietro la scusa del &#8220;comunicavo male&#8221;. Stavolta sono io, nuda e cruda. E se anche così nessuno mi vedesse?</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><b>Il bisogno che non osiamo chiamare per nome</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Facciamo finta di niente, ma il bisogno di essere visti è uno dei più essenziali che abbiamo. Non è vanità. Non è protagonismo. <strong>È sopravvivenza emotiva</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La psicologia ce lo spiega da tempo: per sviluppare un&#8217;identità, le persone dipendono fondamentalmente dal feedback degli altri. <a href="https://www.unobravo.com/post/piramide-di-maslow" target="_blank" rel="noopener">Maslow l&#8217;ha messo al quarto livello della sua piramide</a>: la stima, il normale desiderio umano di essere valorizzati e validati dagli altri.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche i bambini nella primissima infanzia cercano lo sguardo per sapere che esistono. Ti guardano mentre fanno qualcosa e aspettano la tua reazione. Non lo fanno certo per sapere se sono bravi o meno. Lo fanno per </span><span style="text-decoration: underline;"><b><i>essere</i></b></span><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eppure da adulti ci vergogniamo di questo bisogno. Lo nascondiamo, lo neghiamo, lo chiamiamo con altri nomi. &#8220;Non mi interessa quello che pensano gli altri&#8221;, diciamo. <strong>Bugia colossale che ci raccontiamo per non sentire quanto fa male quando nessuno ci sa vedere</strong>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><b>L&#8217;armatura che non funziona</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">Io ho indossato un&#8217;armatura per quasi tutta la mia vita. Nascondeva al mondo tutto questo. A me lo nascondeva un po&#8217; meno, ma non gli avevo mai dato un nome. Così, per non entrarci in confidenza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Non pensavo di avere paura del giudizio degli altri</strong>. Salvo poi scoprire che il mio intero funzionamento dipendeva al 90% proprio dall&#8217;opinione che gli altri avevano di me. Che bella scoperta a quarant&#8217;anni suonati (da un pezzo).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi vengo a patti con questo mio sentire. <strong>Lo accolgo come parte di me</strong>. Ma ecco il problema: quando togli l&#8217;armatura, spesso scopri che <strong>non è rimasto più nessuno a guardare</strong>. Il resto del mondo ti ha mollato là dove ti trovavi, spesso in malo modo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E qui si crea un paradosso che conosco bene: più diventi autentico, più rischi di rimanere solo. <strong>Più dici chi sei davvero, meno persone riescono a vederti</strong>. Come se la verità fosse troppo scomoda, troppo cruda. O come se riguardasse loro e non te.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><b>Il paradosso della creazione</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;"><a href="https://www.spaziamo.com/il-merlo-e-altri-disastri-necessari/">Quando crei qualcosa di tuo</a> &#8211; un sito, un articolo, un progetto di qualsiasi genere &#8211; ti esponi. <strong>Metti fuori un pezzo di te e aspetti</strong>. Aspetti che qualcuno lo noti, lo capisca, ci si riconosca.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma spesso lo fai nel silenzio. Senza pubblico. Senza risposte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Ma tu continui</strong>. Perché quel gesto &#8211; scrivere, creare, mettere al mondo qualcosa &#8211; è già una forma di esistenza. È il modo che hai per dire &#8220;ci sono&#8221;. Anche se nessuno ti sente. E vale la pena farlo comunque, perché quell&#8217;azione è già una vittoria.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È curioso il rapporto con la creazione solitaria. Da una parte sai che dovresti fare le cose &#8220;per te&#8221;. Dall&#8217;altra una parte di te &#8211; piccola ma insistente &#8211; spera sempre che qualcuno le noti. Non per vanità. <strong>Per conferma di esistenza</strong>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><b>Il rischio di mollare</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è un momento in cui pensi di smettere. Di tornare nell&#8217;ombra. Di non sentire più quel vuoto che si apre quando pubblichi qualcosa e poi&#8230; niente. Silenzio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Il pensiero di mollare è seducente</strong>. Non esporti più. Non aspettare più. Non sperare più che qualcuno ti veda davvero.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma poi ti accorgi che mollare significherebbe smettere di determinare te stessa. Significherebbe non solo arrenderti all&#8217;invisibilità, ma anche <strong>rinunciare ad esistere nei tuoi termini</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E allora continui. Non per gli altri. Continui per quella te che sa che merita di essere vista, anche se il mondo sembra guardare da un&#8217;altra parte.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><b>La speranza sottile</b></h3>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Forse qualcuno ti vede</strong>, anche se non lo dice. Forse il tuo gesto ha già toccato qualche corda, anche se non lo sai. <a href="https://www.spaziamo.com/cosa-faccio/">Forse c&#8217;è qualcuno nel mondo che aspetta proprio le parole che tu sai dire</a>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E forse &#8211; forse &#8211; chi legge questo sta già creando lo spazio per essere visto. <strong>Non per essere capito da tutti. Ma per essere riconosciuto da chi conta davvero</strong>: da chi sa che il bisogno di essere visti non è debolezza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È umanità.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<hr />
<p><i><span style="font-weight: 400;">Se questo articolo ti è arrivato, se ti ci sei riconosciuto, se anche tu ti senti invisibile qualche volta &#8211; sappi che ti vedo. Anche se non ci conosciamo. Anche se non me lo dirai mai.</span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Esisti. E quello che fai conta.</span></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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