Il mio sito, nella sua nuova veste, è online da due settimane. Mi sento piccola e nera.
Non è una questione di like o di numeri. È qualcosa di più sottile e più feroce: la paura che quello che hai fatto – con tanta fatica, tanta integrità – non interesserà mai a nessuno. Che nessuno lo guarderà davvero. Il dubbio che tu potresti anche non esistere.
Del resto ci sono già passata: ho passato anni con un altro progetto online. Anni! Zero contatti di qualsiasi genere, nemmeno insulti o critiche. Era diverso, non mi rappresentava davvero, ma comunque… qualcosa in diversi anni dovrà pur venire fuori, è matematico. E invece il nulla. Il silenzio più totale.
E ora, con questo nuovo sito che finalmente mi somiglia, con parole che finalmente sono le mie, la paura è ancora più grande. Perché stavolta non posso nascondermi dietro la scusa del “comunicavo male”. Stavolta sono io, nuda e cruda. E se anche così nessuno mi vedesse?
Il bisogno che non osiamo chiamare per nome
Facciamo finta di niente, ma il bisogno di essere visti è uno dei più essenziali che abbiamo. Non è vanità. Non è protagonismo. È sopravvivenza emotiva.
La psicologia ce lo spiega da tempo: per sviluppare un’identità, le persone dipendono fondamentalmente dal feedback degli altri. Maslow l’ha messo al quarto livello della sua piramide: la stima, il normale desiderio umano di essere valorizzati e validati dagli altri.
Anche i bambini nella primissima infanzia cercano lo sguardo per sapere che esistono. Ti guardano mentre fanno qualcosa e aspettano la tua reazione. Non lo fanno certo per sapere se sono bravi o meno. Lo fanno per essere.
Eppure da adulti ci vergogniamo di questo bisogno. Lo nascondiamo, lo neghiamo, lo chiamiamo con altri nomi. “Non mi interessa quello che pensano gli altri”, diciamo. Bugia colossale che ci raccontiamo per non sentire quanto fa male quando nessuno ci sa vedere.
L’armatura che non funziona
Io ho indossato un’armatura per quasi tutta la mia vita. Nascondeva al mondo tutto questo. A me lo nascondeva un po’ meno, ma non gli avevo mai dato un nome. Così, per non entrarci in confidenza.
Non pensavo di avere paura del giudizio degli altri. Salvo poi scoprire che il mio intero funzionamento dipendeva al 90% proprio dall’opinione che gli altri avevano di me. Che bella scoperta a quarant’anni suonati (da un pezzo).
Oggi vengo a patti con questo mio sentire. Lo accolgo come parte di me. Ma ecco il problema: quando togli l’armatura, spesso scopri che non è rimasto più nessuno a guardare. Il resto del mondo ti ha mollato là dove ti trovavi, spesso in malo modo.
E qui si crea un paradosso che conosco bene: più diventi autentico, più rischi di rimanere solo. Più dici chi sei davvero, meno persone riescono a vederti. Come se la verità fosse troppo scomoda, troppo cruda. O come se riguardasse loro e non te.
Il paradosso della creazione
Quando crei qualcosa di tuo – un sito, un articolo, un progetto di qualsiasi genere – ti esponi. Metti fuori un pezzo di te e aspetti. Aspetti che qualcuno lo noti, lo capisca, ci si riconosca.
Ma spesso lo fai nel silenzio. Senza pubblico. Senza risposte.
Ma tu continui. Perché quel gesto – scrivere, creare, mettere al mondo qualcosa – è già una forma di esistenza. È il modo che hai per dire “ci sono”. Anche se nessuno ti sente. E vale la pena farlo comunque, perché quell’azione è già una vittoria.
È curioso il rapporto con la creazione solitaria. Da una parte sai che dovresti fare le cose “per te”. Dall’altra una parte di te – piccola ma insistente – spera sempre che qualcuno le noti. Non per vanità. Per conferma di esistenza.
Il rischio di mollare
C’è un momento in cui pensi di smettere. Di tornare nell’ombra. Di non sentire più quel vuoto che si apre quando pubblichi qualcosa e poi… niente. Silenzio.
Il pensiero di mollare è seducente. Non esporti più. Non aspettare più. Non sperare più che qualcuno ti veda davvero.
Ma poi ti accorgi che mollare significherebbe smettere di determinare te stessa. Significherebbe non solo arrenderti all’invisibilità, ma anche rinunciare ad esistere nei tuoi termini.
E allora continui. Non per gli altri. Continui per quella te che sa che merita di essere vista, anche se il mondo sembra guardare da un’altra parte.
La speranza sottile
Forse qualcuno ti vede, anche se non lo dice. Forse il tuo gesto ha già toccato qualche corda, anche se non lo sai. Forse c’è qualcuno nel mondo che aspetta proprio le parole che tu sai dire.
E forse – forse – chi legge questo sta già creando lo spazio per essere visto. Non per essere capito da tutti. Ma per essere riconosciuto da chi conta davvero: da chi sa che il bisogno di essere visti non è debolezza.
È umanità.
Se questo articolo ti è arrivato, se ti ci sei riconosciuto, se anche tu ti senti invisibile qualche volta – sappi che ti vedo. Anche se non ci conosciamo. Anche se non me lo dirai mai.
Esisti. E quello che fai conta.
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