14 agosto, ore 14.
Provo a tenere i Tool in sottofondo mentre cerco di ragionare e lavorare.
Quanto ottimismo!
È come sperare che un tornado impatti come una pioggerellina primaverile, senza vento.
I signori Tool fanno la loro cosa, ignorando la mia volontà, squarciando l’aria. Non puoi non dar loro il posto che meritano. Loro ti sezionano, ti osservano, ti incalzano. Non c’è spazio per molto altro, con loro non esiste accompagnamento da aperitivo o sottofondo pomeridiano.
E io penso: “Sei proprio scema! Come puoi pensare di concentrarti con questa roba nelle orecchie?”. Fino a che, mentre rido di me… eureka! “Ecco: il parallelo perfetto con me e il mio progetto!”. E non solo con il mio potenzialmente, quindi eccoci qua.
Siccome i Tool non sono la Nutella, ti do un po’ di contesto.
I Tool non stanno in nessuna scatola. Troppo complessi per essere metal, troppo poco aerei per essere progressive, troppo strani per essere puramente rock. Ci sono decine di discussioni in rete, piene di gente che bisticcia su chi abbia più ragione nell’attribuire una categoria musicale ai nostri eroi. Ai quali, ça va sans dire, non può fregare di meno.
I Tool non sono niente che tu conosca già o conoscerai mai. Ogni album è un universo a sé, una combinazione di elementi che mai sarà o è stata. Tempi dispari, arrangiamenti articolatissimi, silenzi calibrati, sezioni auree e Fibonacci.
Dal punto di vista dei tempi creativi non hanno nessuna regola limitante: cinque album in 33 anni e personalmente non scommetterei sul sesto. Un pezzo può durare un minuto, oppure undici. Nessun compromesso, tutto perfettamente orchestrato, tutto deve dire quel che va detto nel miglior modo possibile.
Nulla esce finché non è compiuto e sublime, tutto è progettato al millimetro.
Libertà creativa sostenuta da disciplina ossessiva.
Questi signori ormai sessantenni non hanno fan, come hanno gli altri. Loro hanno generato una sorta di credo religioso, un gruppo di milioni di persone così ossessionate da adorarli letteralmente. Gente che aspetta anni per ascoltare qualcosa di nuovo e vederli dal vivo, senza fare un plissè.
Alcuni li prendono in giro: li trovano “lenti, presuntuosi, inutilmente complessi”.
I Tool non sono per tutti, esattamente come me e te.
Ai Tool non importa niente di cosa noi pensiamo di loro. Se ne stanno lì, a dimostrarci che si possono avere standard altissimi anche sentendosi liberi. E senza preoccuparsi di accontentare tutti.
Spesso ho il timore che la mia volontà di essere libera possa trasformarsi in un biglietto di sola andata verso il caos. Loro mi mostrano invece che scegliere le proprie regole e rispettarle fino in fondo può renderci eccellenti.
Non seguire regole standard non vuol dire fare pasticci. Avere una propria idea di cosa è adeguato, etico, corretto, produttivo, rispettoso, se vuoi anche comodo non è un reato. È avere una propria identità.
La precisione chirurgica non è una malattia mentale. È ciò che ti permette di fare la tua cosa, a modo tuo, senza scendere a compromessi sulla qualità del risultato finale.
Libertà e disciplina, insieme.
Nemmeno questa è una regola. Lo è per me. Tu trova la tua.
Intanto i Tool continuano a fare la loro cosa. Liberi, impeccabili, imperturbabili.
“Over thinking, over analyzing separates the body from the mindWithering my intuition, missing opportunities and I mustFeed my will to feel my moment, drawing way outside the lines”
0 commenti